Sindrome da carenza di credito

Il calo del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti al livello del 6,3 per cento, come nel settembre 2008, il mese del crac di Lehman Brothers, dà forza alla ripresa americana e potrebbe accelerare il rientro da politiche monetarie accomodanti da parte della Fed. Il che avrebbe un effetto contagioso con “conseguenze negative per l’attività produttiva” dell’Europa, come dice il primo bollettino del 2014 sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia pubblicato ieri, dove tuttavia si segnala un cauto ottimismo per il “miglioramento delle condizioni finanziarie negli ultimi mesi”.
5 AGO 20
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Il calo del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti al livello del 6,3 per cento, come nel settembre 2008, il mese del crac di Lehman Brothers, dà forza alla ripresa americana e potrebbe accelerare il rientro da politiche monetarie accomodanti da parte della Fed. Il che avrebbe un effetto contagioso con “conseguenze negative per l’attività produttiva” dell’Europa, come dice il primo bollettino del 2014 sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia pubblicato ieri, dove tuttavia si segnala un cauto ottimismo per il “miglioramento delle condizioni finanziarie negli ultimi mesi”. Se in Italia si può constatare la quiete finanziaria, sul fronte dell’economia reale però si vede ben poco. C’è la carenza di credito che da grave malattia rischia di trasformarsi in una sindrome cronica soprattutto per le imprese piccole e medie. Com’è noto, le banche continuano a restringere l’erogazione di prestiti dalla fine del 2011 e l’offerta resta subordinata a condizioni restrittive. Le imprese, invece, stentano a emanciparsi da un sistema bancocentrico e faticano a finanziarsi sul mercato con l’emissione di titoli [**Video_box_2**]obbligazionari come, ad esempio, i cosiddetti minibond. Lo strumento concesso dal governo Monti nel 2012 per incentivare il finanziamento autonomo delle imprese non quotate in Borsa non ha attecchito come ci si aspettava: dal novembre 2012 sono stati collocati 6 miliardi di titoli, contro i 10 previsti. A farne uso – rileva Bankitalia – sono state soprattutto le grandi aziende, non le piccole cui era indirizzato il provvedimento dell’esecutivo. C’è interesse da parte delle imprese e dei fondi di private equity ma anche freni come bassa liquidità, rischio elevato, poca convenienza per gli investitori istituzionali e – dice Bankitalia – “molti imprenditori potrebbero non essere disposti a sostenere i costi connessi con il maggiore livello di trasparenza richiesto dal mercato”. Eppure le imprese che hanno fatto ricorso al mercato obbligazionario hanno anche ridotto l’indebitamento con le banche del 42 per cento. Servirà a poco sperare nell’acquisto di crediti cartolarizzati delle banche da parte della Bce. Non solo perché la probabilità di un intervento “diffuso” nei prossimi mesi è inferiore al 50 per cento (dice l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo) ma anche perché le banche preferiranno rafforzare i bilanci anziché prestare, dicono i fund manager.